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日志


11月19日

J'ai le temps

Seigneur, je suis allé sur le pas de ma porte
et dehors, il y avait des gens:
ils allaient, venaient, marchaient, couraient.
Les autos couraient, les bus couraient,
tout le monde courait.
Ils couraient pour ne pas perdre de temps,
ils couraient à la poursuite du temps,
pour gagner du temps.
Toi, Seigneur, qui es en dehors du temps,
tu souris en nous voyant
nous battre avec le temps.
Oui, Seigneur, j'ai le temps,
tout le temps que tu me donnes:
les années de ma vie,
les journées de mes années,
les heures de mes journées,
elle sont entièrement miennes.
C'est à moi de les remplir tranquillement,
calmement, pour ensuite te les offrir.
Pour cela, Seigneur, je ne te demande pas
le temps de faire ceci ou cela ou davantage.
Je te demande la grâce de faire bien
et conciencieusement ce que tu me demandes
de faire avec le temps que tu me donnes.

                                          Michel Quoist
11月14日

1 Corinzi 1:27-28

Dio ha scelto quelli che gli uomini considerano ignoranti, per coprire di vergogna i sapienti;

ha scelto quelli che gli uomini considerano deboli, per distruggere quelli che si credono forti.

Dio ha scelto quelli che, nel mondo, non hanno importanza e sono disprezzati o considerati come se non esistessero,
per distruggere quelli che pensano di valere qualcosa.

9月7日

Le ferite dell'anima non si rimarginano con il tempo

Le parole feriscono più della spada? Sembrerebbe proprio di sì, almeno stando ad uno studio realizzato da ricercatori australiani e statunitensi, secondo il quale il tempo lenirebbe soltanto le ferite del fisico mentre quelle dello spirito sarebbero pronte a riaprirsi al primo stimolo della memoria. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista Psychological Science.
Per realizzare il loro studio i ricercatori hanno realizzato alcuni esperimenti. Nei primi due i partecipanti dovevano riportare il dolore provato in occasione di un problema fisico o di una ferita interiore. Dopo aver dettagliatamente raccontato la propria esperienza ognuno doveva descrivere come si era sentito in quella situazione. Successivamente è stato chiesto ai volontari di realizzare alcuni test cognitivi di diversi livelli di difficoltà dopo aver rivissuto con la memoria un evento intimamente o fisicamente molto doloroso.
 
I risultati hanno mostrato chiaramente che quanti hanno richiamato alla mente un evento doloroso per la loro anima hanno provato una rinnovata sofferenza più forte rispetto a quanti hanno rivissuto un dolore esclusivamente fisico. Inoltre, questi ultimi hanno ottenuto risultati migliori durante i test cognitivi rispetto a quelli che avevano dovuto confrontarsi con un dolore spirituale.
 
Il corpo, dunque, reagisce meglio dell'anima alle ingiurie subite; del resto questo è forse l'unico modo che c'è per imparare dalle sofferenze del passato... Anche se spesso si ascoltano più facilmente gli avvertimenti del corpo che non quelli del cuore.
 
Fonte: Association for Psychological Science
http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=23035
7月18日

La speranza rubata

Scrive il Corriere: «Dal 1992 vive in uno stato vegetativo. E per anni il padre si è battuto per interrompere l’alimentazione forzata che la tiene in vita. Adesso, il caso di Eluana Englaro è a una svolta: dopo una lunga battaglia legale, infatti, la Corte d’appello civile di Milano ha autorizzato il padre, in qualità di tutore, ad interrompere il trattamento di idratazione ed alimentazione forzato. Fino alla sua morte. Il provvedimento è immediatamente efficace, secondo quanto appreso da fonti giudiziarie, e può essere già attuato».

È stato il padre, in una battaglia legale durata quasi dieci anni, a ottenere il diritto a sospendere l’alimentazione. «Dolore? Mia figlia è morta 16 anni fa», ha dichiarato quando ha saputo della notizia.

Il tema richiede una certa dose di serietà, ma soprattutto di delicatezza: delicatezza per una ragazza che da sedici anni vive in stato vegetativo, delicatezza per una famiglia che ha pianto tutte le sue lacrime e che sicuramente prima di decidere - dopo sette anni - di chiedere l’eutanasia per la propria figlia deve aver riflettuto a lungo e con dolore sulla scelta.

Nonostante tutto, e con tutto il rispetto dovuto a chi soffre, chissà perché di fronte a casi come questo ci torna in mente Berlicche, e la riedizione che ne fa ogni settimana Tempi. Il diavoletto che parla con il suo discepolo-nipote, e che ben rappresenta sul piano logico il punto di vista diabolico, direbbe più o meno così: «lascia che tutti si concentrino sul dolore. Il dolore di una ragazza che ha perso sedici anni di vita in un letto di ospedale, il dolore di una famiglia che non ha più speranza. E’ proprio la speranza, caro nipote, quella che dobbiamo rubare agli uomini se vogliamo portarli dalla nostra parte. La fede? Quella è facile, in fondo in questi anni il battage laicista ha giocato ampiamente a nostro favore, e perfino i nostri avversari, i cristiani, sono possibilisti nei confronti dell’eutanasia, e talvolta perfino dell’eugenetica: la società dell’apparenza non può sopportare l’idea di malati senza termine di guarigione, o di bambini che nascono con qualche difetto fisico.
Hai fatto un buon lavoro, ne convengo, nel convincerli che l’apparenza sia così importante da sostituirsi - per il bene di tutti, ovviamente - alla sostanza. Ora non ci resta che togliere all’essere umano l’ultima difesa dai nostri attacchi: la speranza, appunto. Se la scienza riesce a convincere un genitore che vita di un figlio non è più degna di essere vissuta, siamo a buon punto.
Coraggio, nipote, manca poco: gli umani dicono che la speranza è l’ultima a morire. L’ultima: poi, finalmente, toccherà all’uomo. E il nostro compito (scusa se non dico “missione”, ma ricorda troppo da vicino il nostro Avversario) sarà compiuto».


biblicamente - uno sguardo cristiano sull’attualità

7月2日

L'ombra della luce (F.Battiato)

Difendimi dalle forze contrarie,
la notte, nel sonno, quando non sono cosciente;
quando il mio percorso, si fa incerto.
E non mi abbandonare mai...
Non mi abbandonare mai!
Riportami nelle zone più alte
in uno dei tuoi regni di quiete:
E' tempo di lasciare questo ciclo di vite.
E non mi abbandonare mai...
Non mi abbandonare mai!
Perchè, le gioie del più profondo affetto,
o dei più lievi aneliti del cuore,
Sono solo l'ombra della luce.
Ricordami, come sono infelice
lontano dalle tue leggi;
come non sprecare il tempo che mi rimane.
E non mi abbandonare mai!
Perchè, la pace che ho sentito in certi monasteri,
o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa,
sono solo l'ombra della luce.

5月24日

Bambini e abusi: i segni nell'anima e nel cervello

Abusi e violenze sui bambini sono correlati ad un aumento di rischio di suicidio da adulti. I segni lasciati dai maltrattamenti sconvolgono la loro psiche e lasciano un segno indelebile nel cervello riuscendo a modificare l’espressione genica cerebrale. Lo ha dimostrato uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista scientifica Plos One.

Secondo quanto sostenuto in questa ricerca nei bambini che hanno subito violenza alcuni geni espressi nel cervello hanno delle modifiche post-trascrizionali che mancano in bambini che non sono stati vittime di abusi.
Moshe Szyf e i suoi colleghi della McGill University di Montreal hanno studiato l’espressione di alcuni geni nel tessuto cerebrale di pazienti morti suicidi; per una parte di questi adulti vi era una lunga documentazione di abusi e violenze in tenera età, la restante parte aveva avuto un’infanzia normale. 

I dati ottenuti hanno dimostrato che le vittime di violenza esprimevano nell’ippocampo delle modifiche epigenetiche, cioè delle variazioni del materiale genetico che non alterano la sequenza dei nucleotidi (quindi non sono trasmissibili) ma che si verificano durante la vita di un individuo.

“Queste modifiche potrebbero essere il 'segno' lasciato nel cervello dalle violenze; in questi soggetti l’espressione genica al livello dell’ippocampo potrebbe essere modificata rappresentando un fattore di rischio per il suicidio”, ha dichiarato uno degli autori dello studio.

Fonte: McGowan B et al. Promoter-Wide hypermethylation of the ribosomal RNA gene promoter in the suicide brain. PlosOne 7 maggio 2008.
http://it.health.yahoo.net/

5月17日

Quando ti senti ferito

In un modo o nell'altro, noi tutti ci sentiamo feriti. Siamo tutti nella stessa situazione. Perfino la folla festaiola ed allegra si sente ferita. Cercano di nascondere le loro angosce bevendo e scherzando - ma non riescono a liberarsene.

Chi è che viene ferito? I genitori di un figliolo od una figliola "prodiga". Milioni di genitori sono stati profondamente feriti da un figlio che ha rigettato i loro consigli. Questi amorevoli genitori si addolorano per gli inganni e per la delinquenza di un ragazzo che una volta era tenero e dolce.

Le vittime di famiglie disunite sono ferite. Le mogli abbandonate che sono state rigettate dai propri mariti a causa di un'altra donna. I mariti che hanno perso l'amore delle loro mogli. I figlioli che hanno perso la loro sicurezza.

Altri soffrono per le infermità. Cancro, problemi di cuore e miriadi di altre malattie umane. Sentirsi dire da un medico: "Tu hai un cancro - potresti morire!" deve essere terrificante. Anche molti di coloro che stanno leggendo questo messaggio hanno avuto esperienze di dolore ed agonia.

Amori che si rompono. Un fidanzato o una fidanzata se ne va via, calpestando quella che era una volta una bella relazione. Quello che rimane è un cuore rotto, ferito.

E cosa dire dei disoccupati? Gli scoraggiati, i cui sogni si sono infranti? I segregati? I prigionieri? Gli omosessuali? Gli alcolizzati?

È vero! In un modo o nell'altro - noi siamo feriti. Ogni persona sulla terra porta con sé il suo fardello di dolore e ferite.


Non esiste un rimedio fisico


Quando sei ferito profondamente, nessuna persona su questa terra può alleviare le paure interiori ed i tormenti più profondi. Nemmeno il migliore degli amici può comprendere la battaglia che stai attraversando o le ferite che hai ricevuto.

Solo Dio può smorzare le onde della depressione e la sensazione di solitudine e fallimento che si avventano su di te. Soltanto la fede in Dio può salvare gli spiriti offesi. I cuori feriti e rotti che soffrono in silenzio, possono essere guariti solo da un soprannaturale intervento dello Spirito Santo - e nient'altro al di fuori dell'intervento divino funziona realmente.

Dio deve intervenire e porsi alla guida. Egli deve prendere le nostre vite nel punto più critico, stendere verso noi le Sue amorevoli braccia e mettere questi corpi e spiriti feriti sotto la Sua protezione e cura. Dio deve rivelarsi come un Padre misericordioso e dimostrare che Egli è li e sta operando per il nostro bene. Egli deve, tramite la Sua potenza, dissipare le nubi di tempesta, cacciare via la disperazione e le tenebre, asciugare le lacrime e sostituire il dolore con la pace dello spirito.


Perché me - Signore?


Ciò che più ferisce è sapere che il tuo amore verso Dio è forte - eppure non riesci a comprendere cosa Lui stia cercando di fare nella tua vita. Puoi intuire che le preghiere rimangano senza risposta, nel caso che tu sia freddo in risposta al Suo amore. Se sei al servizio di Dio, puoi probabilmente comprendere le prove e le tribolazioni che attraversi. Se sei un povero peccatore che disprezza le cose di Dio, sarai portato a credere che potrai essere addolorato in modo grave. Ma anche se i tuoi passi non vanno verso di Lui - non lo stai neanche rifiutando. Vorresti fare la Sua perfetta volontà. Desideri servirLo con tutto te stesso. Ecco perché le ferite che ricevi ti fiaccano così tanto. Sembra quasi che ci sia qualcosa di terribilmente sbagliato in te. Hai dei dubbi a proposito della tua profondità spirituale, ed a volte anche della tua sanità mentale. Dal profondo di te stesso una voce sussurra: "È probabile che io sia mancante in qualcosa! Può darsi che io venga ferito così profondamente perché Dio nonvede in me sufficienti opere giuste! Devo essere così al di fuori della Sua volontà che egli deve castigarmi per rendermi obbediente."


Gli amici cercano disperatamente di dare aiuto


Un cuore distrutto o ferito ha dentro sé il più atroce tormento conosciuto dal genere umano. Molte altre ferite umane sono solo a livello fisico. Ma un cuore rotto porta un dolore che è sia fisico che spirituale. Amici e persone care possono aiutare a lenire il dolore fisico di un cuore spezzato. Quando essi sono con noi, ridendo, volendoci bene e prendendosi cura di noi, il dolore fisico si attenua e c'è un temporaneo sollievo. Ma la notte viene e con lei arriva il terrore di una agonia spirituale. Il dolore aumenta con l'oscurità. La solitudine cala come il buoio quando il sole scompare. Le ferite vengono tutte fuori quando sei solo; e tu cerchi di capire come far fronte alle voci interne, avendo paura che esse affiorino in superficie.

I tuoi amici, che non capiscono realmente cosa stai attraversando, offrono ogni genere di facili consigli. Diventano impazienti con te. La maggior parte di loro sono felici e spensierati, quindi non riescono a comprendere perché tu non "riesci a riprenderti rapidamente". Sospettano che stai indulgendo nella tua auto-commiserazione. Ti ricordano che il mondo è pieno di gente dal cuore spezzato, persone ferite nell'animo che sono ugualmente sopravvissute. Più spesso vogliono fare una preghiera "di quelle come una volta, buona per tutto, che risolve ogni cosa". Ti viene detto di "azionare la tua fede, reclamare una promessa, ammettere la guarigione e lasciare la tua disperazione."

Tutto ciò è buono e positivo, ma queste prediche vengono generalmente fatte da Cristiani che non hanno conosciuto molta sofferenza nelle loro vite. Loro sono come i "baby-sitters" di Giobbe, i quali conoscevano tutte le risposte, ma non riuscivano a mitigare il suo dolore. Giobbe dice di loro: "Voi siete medici da nulla". Ringraziato sia Dio per gli amici che si adoperano a fin di bene, ma se loro potessero provare la vostra agonia per almeno un'ora, cambierebbero parere. Metteteli al vostro posto per una volta, fategli provare le vostre esperienze, sentire il dolore interiore che avete ed essi vi diranno: "Ma come fai a sopportare tutto questo? Io non riuscirei ad accettare quanto tu stai attraversando."


Il tempo non guarisce affatto!


C'è da sfatare ancora un vecchio luogo comune: "Il tempo guarisce ogni ferita". Ti viene raccomandato di tenerti tutto dentro, mostrare un sorriso ed aspettare che il tempo anestetizzi il tuo dolore. Ma io sospetto che tutte le regole ed i luoghi comuni a proposito di solitudine, sono state coniate da persone felici e contente. Suonano bene ma non sono vere. Il tempo non guarisce niente - solo Dio può farlo.

Quando sei ferito, il tempo può soltanto aumentare il dolore. I giorni e le settimane passano ma l'agonia resta. Le ferite non se ne vanno, qualunque giorno indichi il calendario. Il tempo può nascondere il dolore nei recessi della mente, ma qualunque piccolo ricordo può riportarlo in superficie.

In verità, non ci aiuta neanche sapere che altri Cristiani hanno sofferto prima di noi, nei secoli precedenti. Puoi identificarti nelle sofferenze dei personaggi biblici, i quali sopravvissero a terrificanti prove di dolore. Ma sapere che altri hanno attraversato grandi battaglie, non riesce a calmare la sofferenza dentro il tuo petto. Quando leggi come sono usciti fuori vittoriosi dalle loro battaglie - e tu non ci riesci - ti senti ancora più ferito. Questo ti fa sentire come se loro fossero veramente vicini a Dio per ricevere risposte alle loro preghiere. Ed a questo punto ti reputi indegno del Signore, perché i tuoi problemi tardano a sparire nonostante i tuoi sforzi spirituali.


Doppio dolore


A volte le persone non vengono ferite soltanto una volta. Molti di loro possono mostrarvi anche altre ferite. Dolore si sovrappone a dolore. Un cuore rotto è normalmente tenero, fragile. Può facilmente essere ferito perché non è protetto da una duro rivestimento. La tenerezza è fraintesa per vulnerabilità da coloro che invece sono dotati di un cuore avvolto da un guscio granitico. La calma viene erroneamente valutata per debolezza. La totale dedizione a qualcun altro è compresa in modo sbagliato come "sopraffazione". Il cuore che non ha paura di ammettere il proprio bisogno di amore è malgiudicato come "troppo orientato verso il sesso".

Ne segue che un cuore tenero che aspira all'amore ed alla comprensione è spesso quello più facile da rompere. I cuori che sono aperti e che sperano, sono generalmente quelli che piú in assoluto vengono feriti. Questo mondo è pieno di uomini e donne che hanno rifiutato le offerte di amore che gli vengono fatte da un cuore gentile e sensibile. Questi duri, dal cuore di pietra che non credono a nessuno - cuori che danno così poco - cuori che chiedono che l'amore venga costantemente provato - cuori che mettono il calcolo al primo posto - cuori che cercano sempre di manipolare tutto per il proprio interesse - cuori che non si preoccupano del rischio - questi cuori raramente vengono commossi. Non hanno ferite perché non c'è nulla da ferire. Sono troppo orgogliosi ed egocentrici per permettere ad alcuno di farli soffrire in qualche modo. Essi feriscono altri cuori e calpestano le anime fragili che vengono a contatto con loro - semplicemente perché sono ottusi ed intorpiditi e pensano che tutti dovrebbero essere come loro. Ai cuori duri non piace piangere. Odiano gli impegni. Si sentono soffocare se viene loro chiesto di condividere qualcosa dal loro cuore.


Rovina-cuori non la passerete liscia facilmente!


Una parte del dolore che soffrono i cuori rotti è dato dal pensiero che il malvagio, il rovina-cuori, possa farla completamente franca. Il cuore rotto dice: "Io sono l'unico che è stato offeso e ferito - e sono anche l'unico che ne sta pagando le conseguenze. Il malvagio se la cava sempre senza pagarne la colpa - quando dovrebbe pagare caro per tutto quello che ha combinato". Questo è il problema delle croci - generalmente vi vengono crocifisse le persone sbagliate. Ma il libro che Dio aprirà nel Giorno del Giudizio renderà giustizia.

Ma anche in questa vita i rovina-cuori e coloro che feriscono gli altri, pagano un alto prezzo. Non importa come essi cerchino di giustificare le loro azioni offensive, non riusciranno mai a spazzare via il pianto di coloro che hanno ferito. Come il sangue di Abele che gridava dalla terra - il grido di un cuore rotto può trapassare le barriere del tempo e dello spazio e terrorizzare il più duro dei cuori. Le ferite sono generalmente causate da vere e proprie menzogne. Ed ogni bugia deve alla fine rendere conto alla giustizia.

C'è un balsamo per un cuore ferito? C'è guarigione per costoro che sono feriti così profondamente? Possono essere rimessi insieme i pezzi, ed i cuori possono essere resi più forti? Possono le persone che hanno conosciuto una così terribile sofferenza risorgere dalle ceneri della depressione e trovare una nuova e più potente via nella loro vita? Si! Assolutamente si! Se così non fosse la parola di Dio sarebbe un inganno e Dio stesso sarebbe un bugiardo. E questo non è possibile!

Lasciate che condivida con voi alcuni semplici pensieri su come superare i vostri problemi.


1. Smettetela di cercare di capire come
e quando siete stati feriti!


Ciò che vi è accaduto è un inconveniente molto comune nel genere umano. La tua situazione non è certamente unica. È il modo di essere della natura umana. Che tu sia nel giusto oppure no, non significa nulla a questo punto. Ciò che importa ora è la tua volontà di camminare in Dio e avere fiducia del suo misterioso modo di agire nella tua vita.

La Bibbia dice: "Carissimi, non vi stupite per l'incendio che divampa in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Anzi, rallegratevi in quanto partecipate alle sofferenze di Cristo, perché anche al momento della rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare." (1Pietro 4:13).

Dio non vi ha promesso una vita senza alcun dolore. Egli ha vi ha promesso "una via di fuga". Egli ha promesso di aiutarvi a sopportare la vostra sofferenza. Vigore per rimettervi in piedi, quando la debolezza vi rende vacillanti.

Molto probabilmente hai compiuto ciò che andava fatto. Ti sei incamminato nella volontà di Dio - onestamente seguendo il tuo cuore. Ti sei mosso con un cuore aperto, con la volontà di dare tutto te stesso. L'amore era la tua motivazione.

Tu non hai rifiutato la volontà di Dio - come qualcun altro ha fatto. Se così non fosse, tu non saresti l'unico ad essere ferito. Sei in questo stato perché hai cercato di essere onesto. Non riesci a comprendere perché le cose ti scoppiano in faccia, quando sembra che Dio ti stia guidando completamente. Il tuo cuore chiede: "Perché il Signore permette che mi accada questo proprio a me, quando Egli sa che così non risolverà nulla?" Ma la risposta è chiara. Giuda fu chiamato dal Signore. Era destinato a diventare un uomo di Dio. Fu preso per mano dal Salvatore. Avrebbe potuto essere usato potentemente da Dio. Ma Giuda interruppe l'azione del piano di Dio. Egli ruppe il cuore di Gesù. Ciò che era cominciato come un meraviglioso, perfetto piano di Dio, finì in un disastro, per ché Giuda scelse di camminare sulla sua propria strada. Superbia ed ostinazione rovinarono il piano di Dio che era in atto.

Perciò smettetela con i vostri sensi di colpevolezza. Finitela di condannare voi stessi. Smettete di cercare di capire in cosa avete sbagliato. È ciò che state ora realmente pensando che veramente conta davanti a Dio. Voi non avete fatto alcun errore - esattamente come non avete fatto di più di quello che dovevate fare. Come Paolo, voi potete dire: "anche se amandovi più intensamente sono amato di meno" (2 Corinzi 12:15).


2. Ricordatevi che Dio sa bene quanto voi
potete sopportare - ed Egli non vi permetterà
di superare il limite di sopportazione!


Il nostro amato Padre dice: "Nessuna tentazione vi ha finora colti se non umana, or Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita, affinché la possiate sostenere." (1 Corinzi 10:13).

Il peggiore tipo di bestemmia è pensare che ci sia Dio dietro tutte le nostre ferite ed i nostri dolori. Che sia il Celeste Padre che vi sta correggendo. Che Dio pensi che voi abbiate bisogno ancora di uno o due colpi al cuore affinché siate pronti a ricevere le sue benedizioni. Non è così!

È vero che il Signore castiga chi Egli ama. Ma la Sua correzione è solo per un tempo e non è mirata a ferirci. Dio non è l'autore della confusione nella tua vita. Non lo sei neanche tu. È il fallimento umano. È il nemico che semina gramigna nel campo che ti sforzi di coltivare. È l'inganno in qualcun altro vicino a te che ha perso la fede in Dio. Il nemico cerca di ferirci attraverso altri esseri umani, proprio come cercò di ferire Giobbe attraverso una moglie incredula. Il tuo Padre Celeste veglia su di te instancabilmente. Ogni movimento viene sorvegliato. Ogni lacrima serbata. Egli si identifica con ogni tuo dolore. E Lui sa quando sei stato abbastanza messo a repentaglio del nemico. Egli interviene e dice: "è abbastanza!" quando le ferite ed i dolori non ti permettono di stare vicino al Signore - quando essi cominciano ad abbassare il livello della tua vita spirituale - Dio si manifesta. Egli non permette che un Suo fedele figliolo sia abbattuto da troppo dolore ed agonia nella sua anima. Quando le ferite cominciano a lavorare contro di te - quando cominciano a ritardare la tua crescita - Dio agisce e ti da sollievo dalla battaglia per un po'. Egli non permetterà mai che tu anneghi nelle tue stesse lacrime. Egli non permetterà che il dolore danneggi la tua mente. Egli ha promesso di arrivare, giusto in tempo, per spazzare via le tue lacrime e darti gioia al posto di cordoglio. La Parola di Dio afferma: "Il pianto può durare per una notte, ma al mattino erompe un grido di gioia." (Salmi 30:5).


3. Quando ti senti ferito all'estremo,
vai nella tua cameretta segreta e dai
sfogo a tutta la tua amarezza


Gesù pianse, Pietro pianse - amaramente! Pietro portò con sé la ferita di aver rinnegato il Figlio di Dio. Vagò da solo per le montagne - piangendo di dolore. Queste lacrime amare compirono in lui un dolce miracolo. Egli tornò indietro per scrollare il regno di Satana.

Una donna che ebbe a subire una mastectomia, scrisse un libro intitolato: "Prima che tu pianga". Recentemente ho parlato con un amico che era stato appena informato di essere un malato terminale di cancro. "La prima cosa che fai", mi disse, "è piangere fino a che non hai più lacrime. Quindi cominci ad avvicinarti sempre più a Gesù, fino a riconoscere che le Sue braccia ti stanno stringendo forte".

Gesù non toglie mai lo sguardo da un cuore addolorato. Egli dice: "o DIO tu non disprezzi il cuore rotto e contrito" (Salmi 51:17). Mai una volta senti il Signore che dice: "Controllati! Stai saldo e prendi la tua medicina! Stringi i denti ed asciuga le tue lacrime". No! Gesù conserva ogni lacrima nei suoi eterni barili.

Ti senti ferito? Profondamente? Allora vai e piangi! E continua a piangere fino a che le lacrime smettono di uscire. Ma fai che esse escano a causa delle ferite solamente - e non dall'incredulità o dall'autocommiserazione.


4. Convinciti che sopravviverai - ne verrai
fuori - che, vivo o morto, tu appartieni
al Signore!


La vita continua. Saresti sorpreso di vedere quanto potresti sopportare con l'aiuto di Dio. La felicità convive con il dolore e le ferite. Anche se non del tutto. La vera felicità è imparare come vivere giorno per giorno, a dispetto di qualunque dispiacere e dolore. È imparare come gioire nel Signore, senza preoccuparsi di quanto sia avvenuto nel passato. Puoi sentirti rifiutato. Puoi sentirti abbandonato. La tua fede può essere vacillante. Puoi pensare di essere fuori da tutto. Il cordoglio, le lacrime, il dolore ed il vuoto ti potrebbero soffocare - ma Dio è ancora sul Suo trono. Egli è Dio! Tu non puoi dare aiuto a te stesso! Non puoi fermare il dolore e le ferite. Ma il nostro benedetto Signore viene a te e mette la Sua amorevole mano sotto di te e ti porta in alto a sedere nei luoghi celesti. Egli ti libererà dalla paura della morte. Egli ti rivelerà il Suo infinito amore per te.

Volgi lo sguardo in alto! Incoraggia te stesso nel Signore. Quando la nebbia ti circonda e non puoi vedere nulla al di fuori del tuo dilemma - adagiati nelle braccia di Gesù e credi semplicemente in Lui. egli ha già compiuto tutto! Egli vuole la tua fede - la tua fiducia. Lui vuole che tu gridi: "Gesù mi ama! Egli è con me! Egli non mi abbandona! Lui sta compiendo tutto proprio ora! Io non sarò abbattuto! Io non sarò sconfitto! Io non sarò una vittima di Satana! Non perderò la mia mente o la mia direzione! Dio è dalla mia parte! Io Lo amo - ed Egli mi ama!".

In ultima analisi c'è solo la fede. E la fede rimane ferma: "Nessun'arma fabbricata contro di te avrà successo" (Isaia 54:17).

5月11日

Il peso della preghiera

Una donna infagottata in abiti fuori misura entrò nel negozio di alimentari. Si avvicinò al gestore del negozio e umilmente a voce bassa gli chiese se poteva avere una certa quantità di alimenti a credito. Spiegò che suo marito si era ammalato in modo serio e non poteva più lavorare e i loro quattro figli avevano bisogno di cibo.

L'uomo sbuffò e le intimò di togliersi dai piedi. Dolorosamente la donna supplicò: <<Per favore, signore! Le porterò il denaro più in fretta che posso!>> Il padrone del negozio ribadì duramente che lui non faceva credito e che lei poteva trovare un altro negozio nel quartiere.
Un cliente che aveva assistito alla scena si avvicinò al padrone e gli chiese di tentare almeno di accontentare la povera donna. Il droghiere, con voce riluttante, chiese alla donna: <<Ha la lista della spesa?>> Con un filo di speranza nella voce la donna rispose:<<Sì, signore>>. <<Bene!>> disse l'uomo. <<Metta la sua lista sulla bilancia. Le darò tanta merce quanto pesa la sua lista>>.

La donna esitò un attimo con la testa china, estrasse dalla borsa un pezzo di carta e scarabocchiò qualcosa in fretta, poi posò il foglietto con cautela su un piatto della bilancia, sempre a testa bassa.

Gli occhi del droghiere e del cliente si dilatarono per la meraviglia quando videro il piatto della bilancia abbassarsi di colpo e rimanere abbassato. Il droghiere, fissando la bilancia, brontolò: <<E' incredibile!>>. Il cliente sorrise e il droghiere cominciò a mettere sacchetti di alimenti sull'altro piatto della bilancia. Sbatteva sul piatto scatole e lattine, ma la bilancia non si muoveva.

Così continuò e continuò, con una smorfia di disgusto sempre più marcata. Alla fine, afferrò il foglietto di carta e lo fissò, livido e confuso. Non era una lista della spesa. Era una preghiera: "Mio Dio, tu conosci la mia situazione e sai ciò di cui ho bisogno: metto tutto nelle tue mani"

Il droghiere consegnò alla donna tutto ciò che le serviva, in un silenzio imbarazzato. La donna ringraziò e lasciò il negozio.
Solo Dio conosce il "peso" della tua preghiera...
4月28日

Le ali dell'anima

C'è un momento nell'universo
in cui il cielo
incontra il mare.
Ed è proprio in quell'istante
che le ali dell'anima
iniziano a volare.
4月27日

Perché sono nato, dice Dio

Sono nato nudo, dice Dio,
perché tu sappia spogliarti di te stesso.
Sono nato povero,
perché tu possa considerarmi l'unica ricchezza.
Sono nato in una stalla,
perché tu impari a santificare ogni ambiente.
Sono nato debole, dice Dio,
perché tu non abbia mai paura di me.
Sono nato per amore,
perché tu non dubiti mai del mio amore.
Sono nato di notte,
perché tu creda che io posso illuminare qualsiasi realtà.
Sono nato persona, dice Dio,
perché tu non abbia mai a vergognarti di essere te stesso.
Sono nato uomo,
perché tu possa essere "dio".
Sono nato perseguitato,
perché tu sappia accettare le difficoltà.
Sono nato nella semplicità,
perché tu smetta di essere complicato.
Sono nato nella tua vita, dice Dio,
per portare tutti alla casa del Padre.

4月16日

La depressione: il dolore dell'anima

Dott.ssa M. Rosaria Fasciani, 06.02.2008

Nel mondo contemporaneo la depressione sembra essere diventato il disagio mentale più diffuso.
Quasi sempre, dietro stragi di intere famiglie, uxoricidi, infanticidi e scomparse di persone si scopre costantemente la presenza di disturbi depressivi ma non è necessario arrivare a rilevare la depressione nei fatti di cronaca, essa si può scovare nella normale vita quotidiana delle persone, si stima che ne soffrono o ne hanno sofferto circa il 20% della popolazione generale e le previsioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicano un peggioramento: la depressione sarà la seconda causa di disabilità entro il 2020.

In verità, la depressione ha attanagliato la vita degli umani (e degli animali) da sempre e non solo negli ultimi decenni.
Le primissime descrizioni sulla depressione risalgono addirittura a 5000 anni fa, su antichi papiri egiziani nei quali troviamo descrizioni cliniche ancora attuali e racconti sull’elevata incidenza del suicidio mediante l’affogamento nel Nilo nell’epoca dei faraoni.
Anche nella Bibbia è possibile cogliere le frasi tipiche del depresso; per esempio l’Ecclesiaste dice: “Ho preso in odio la vita, perché mi è sgradito tutto quanto si fa sotto il sole. Ogni cosa è infatti vanità, è un inseguire il vento” e la storia   dell’Antica Grecia e dell’Impero Romano è piena di filosofi  e non che hanno scelto di togliersi la vita perché tormentati dal  “mal di vivere”.
 
Come si riconosce la vera depressione?
Se ne parla così tanto che si rischia di abusare del termine confondendo la depressione con la tristezza o la stanchezza, per esempio.
Facciamo chiarezza sul reale significato  di depressione e diciamo, per prima cosa, che la depressione è un disturbo dell’umore.
Il tono dell’umore è una funzione psichica importante nell’adattamento al nostro mondo interno ed esterno e ha la caratteristica della flessibilità, ossia è orientato verso l’alto quando ci troviamo in situazioni positive e piacevoli ed è orientato verso il basso quando ci troviamo in situazioni negative e sfavorevoli.
Quando si è depressi il tono dell’umore flette rigidamente verso il basso senza più rispondere alle situazioni positive, il sentimento dominante è la tristezza e l’angoscia e tutte quelle attività che prima venivano svolte con piacere non danno più soddisfazione.
Secondo il DSM IV si può diagnosticare un episodio depressivo maggiore
quando sono contemporaneamente presenti, da almeno due settimane, cinque o più dei seguenti sintomi:

  • Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno, come riportato dal soggetto (per es. si sente triste o vuoto) o come osservato dagli altri (per es. appare lamentoso).

Il paziente lamenta tristezza profonda, malinconia, angoscia, senso di vuoto e inutilità, sentimenti di perdita e lutto. Tutto appare irrisolvibile, insormontabile, grigio e tetro. Anche la percezione del tempo si modifica: le ore, le giornate sembrano non passare maitutto è fermo, immutato, senza possibilità di cambiamento”. Riferisce di non provare più affetto per nessuno e si sente in colpa per questo. Spesso è colto da crisi di pianto o, al contrario vorrebbe piangere ma non riesce a farlo.

  • Marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno (come riportato dal soggetto o come osservato dagli altri)

La perdita degli interessi è uno dei primi indicatori dell’episodio depressivo, il basso tono dell’umore si manifesta successivamente.
Il depresso vive sentimenti di noia, apatia e mancanza di slancio vitale. Non trova più piacere in nulla (anedonia) e tutte le attività ricreative di un tempo diventano noiose e stancanti.
Anche la libido subisce un brusco calo, solitamente il paziente riferisce di non provare più desiderio sessuale.

  • Significativa perdita di peso, senza essere a dieta, o aumento del peso (per es. un cambiamento superiore al 5% del peso corporeo in un mese), oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi ogni giorno;

Il depresso perde interesse per il cibo. Riferisce di non gustare i sapori, di sentire l’addome gonfio e la bocca secca e amara. Può accadere anche l’esatto contrario, ossia può mangiare ossessivamente (iperfagia)  quasi come per riempire il suo senso di vuoto.

  • Insonnia o ipersonnia quasi ogni giorno;

Anche in questo caso, si possono verificare le due situazioni opposte:
il paziente può dormire pochissimo e le sue poche ore di sonno sono caratterizzate da agitazione, incubi e sonno leggero, (talvolta i tracciati elettroencefalografici indicano come in questa patologia alcuni stadi del sonno vengono soppressi) spesso si sveglia prima dell’alba in preda all’ansia e rimugina sul suo mal di vivere. Oppure può dormire tantissimo, praticamente sempre, forse per evitare di affrontare le giornate che per lui sono diventate prive di importanza.

  • Agitazione o rallentamento psicomotorio quasi ogni giorno (osservabile dagli altri, non semplicemente sentimenti soggettivi di essere irrequieto o rallentato);

Si manifesta una riduzione dei movimenti spontanei, un impoverimento della mimica che può portare ad un aspetto inespressivo. Il linguaggio non è più fluido, è monotomico e scarso di contenuti e idee, le risposte sono brevi.

  • Affaticabilità o mancanza d’energia quasi ogni giorno;

Il paziente si definisce sempre stanco, sente difficile e faticoso intraprendere qualsiasi azione.

  • Sentimenti autosvalutazione o sensi di colpa eccessivi o inappropriati ( che possono essere deliranti), quasi ogni giorno (non semplicemente  autoaccusa o sentimenti di colpa per essere ammalato);

Il depresso tende sempre a svalutarsi, a disprezzarsi a sentirsi inadeguato; rumina incessantemente sulle sue colpe e sulle sue incapacità. Prova forti sensi di colpa e si giudica indegno per la sua incapacità di guarire, per il suo egoismo e per la sua pigrizia.

  • Ridotta capacità di pensare, di concentrarsi o indecisione, quasi ogni giorno (come impressione soggettiva o osservata dagli altri);

Si possono verificare disturbi dell’attenzione e della memoria. Il paziente non riesce a mettere insieme le idee e, di conseguenza, è incapace di prendere qualunque decisione. Ha difficoltà a concentrarsi per individuare strategie e soluzioni,  lamenta di sentire la testa vuota e di stancarsi facilmente se impegnato in compiti che richiedono attenzione sostenuta.

  • Pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire), ricorrente ideazione suicidarla senza n piano specifico,  un tentativo di suicidio, o l’ideazione di un piano specifico per commettere suicidio.

L’ideazione suicida è presente nei 2/3 dei pazienti. Nella maggior parte dei  casi ci si ferma alla sola ideazione, ma talvolta la convinzione che non esistano possibilità di trovare aiuto e la perdita di speranza portano il depresso  a vedere il suicidio come l’unica vera possibilità di liberazione dalla sofferenza o come la giusta punizione per le colpe commesse.
Il rischio di suicidio va sempre valutato nel paziente depresso e laddove esistono reali possibilità è necessario l’invio allo psichiatra, una terapia farmacologica adeguata e, nei casi più complicati, l’ospedalizzazione.

I sintomi fin qui esposti possono essere presenti in modo più o meno grave nelle diverse forme di depressione, le quali sono:

  • Disturbo depressivo maggiore i cui sintomi sono quelli citati sopra in forma grave. Possono coesistere anche tratti psicotici transitori. Spesso si tratta di episodi depressivi che tendono a ripresentarsi nel tempo.
  • Disturbo distmico in cui i sintomi sono presenti in forma più lieve ma hanno la caratteristica della cronicità.
  • Depressione reattiva in cui i sintomi presenti in maniera più o meno intesa sono sostanzialmente la risposta a lutti, separazioni e gravi perdite che hanno destabilizzato la vita del paziente.

Un esperto sin dai primi colloqui può riconoscere facilmente i sintomi della depressione. I racconti del paziente, il suo aspetto dismesso, le sue lente movenze, la scarsa gestualità, il volto quasi inespressivo a parte i sorrisi forzati  rivelano da subito un tono dell’umore basso, scarso entusiasmo, poco interesse per se stesso e per il mondo circostante, sfiducia.
E’ comunque indicata anche una valutazione psicodiagnostica con cui sarà possibile avere una conferma di diagnosi, un indice di gravità del disturbo e ulteriori informazioni sui tratti di personalità del soggetto.
I test più utili sono il BDI, L’MMPI-2 e il BPRS in cui esistono items da valutare mediante il colloquio diretto e attraverso l’osservazione del comportamento e del linguaggio del paziente.

Perché ci si ammala di depressione?
Questa è una delle domande più critiche che si possano fare in tema di depressione.
Intanto, diciamo che la depressione può essere provocata  anche dall’utilizzo di alcuni farmaci (anticonvulsivanti,antistaminici, antipertensivi, antitumorali,corticosteroidi,estrogeni, benzodiazepine, L-dopa), droghe (alcool, eroina e cocaina) e può svilupparsi in concomitanza a certe patologie ( Demenze, neoplasie, anemie, ipotiroidismo,infarto del miocardio, ictus, malattie reumatiche).
Nelle persone depresse che non fanno abuso di droghe, che non usano farmaci e che non presentano patologie suddette il discorso diventa molto più ampio e complesso perché in questo caso entrano in gioco fattori genetici e fattori legati alla personalità.
Esistono persone che non hanno mai vissuto un vero episodio depressivo nella propria esistenza ed esistono casi in cui, a seguito di uno stesso evento traumatico, qualcuno ha risposto abbandonandosi alla depressione e qualcun altro ha risposto con più resistenza.
Anche se non esiste il gene della depressione sono stati individuati numerosi geni che predispongono a questa malattia che consiste, dal punto di vista organico, in un difetto di trasmissione degli stimoli nervosi.
Quasi certamente c’è ereditarietà nella depressione, ma  è anche vero che aver vissuto con un familiare stretto che ha sofferto di depressione rende possibile imparare  a ragionare su se stessi e sul mondo nella stessa maniera negativa. Ecco quindi che la depressione può diventare uno stile di pensiero appreso nel corso della propria esistenza, spesso sin dall’infanzia, a seguito di risposte ricevute dall’ambiente poco idonee a costruire un immagine del sé salda, positiva e realistica, in cui l’aspetto genetico diventa solo qualcosa che favorisce il pensiero depressivo ma non la causa principale.
Perciò, i più colpiti dalla depressione sono coloro che sviluppano tipiche strutture di personalità con cui tendono ad essere critici e svalutativi con se stessi e con il resto del mondo, tendono all’isolamento o sono dipendenti dagli altri, hanno autostima e autoefficacia bassa.

Come  intervenire nella depressione?
A parte i casi di depressione grave in cui è stato valutato un reale rischio di suicidio per i quali è necessaria, in prima istanza, una terapia farmacologia, per sollevarsi dalla depressione è consigliato un sostegno psicologico che miri a trasformare il pensiero depressivo (irrazionale,negativo,distorto) in un pensiero più positivo e realistico.
Il paziente depresso ha una modalità tipica di pensiero con cui interpreta se stesso e il mondo in maniera alterata, ogni valutazione (sempre negativa) che compie non si basa mai su fatti concreti,  interpreta la realtà in modo distorto. Ciò che pensa non è mai dimostrabile, né congruente alla realtà. E’ come se inforcasse un paio di occhiali con lenti fortissime che alterano la percezione degli oggetti e con essi osservi il mondo e se stesso.
Lo psichiatra statunitense A. Beck ha descritto dettagliatamente il pensiero depressivo e ritiene che sia caratterizzato da:

  • Percezione negativa del se

Il paziente ha un’opinione negativa di se stesso: si considera non amabile, non gradevole, non intelligente, senza valore. Ritiene di aver commesso numerevoli errori e di aver rovinato la propria vita. Fa attenzione e ricorda solo gli insuccessi, gli eventuali successi sono attribuibili a fortuna o a cause non dipendenti da lui. Non riesce a godere delle cose belle che la vita gli offre perché ritiene di non meritarle e di non esserne degno. Ogni lavoro che svolge è criticabile e il pensiero che lo accompagna è: “dovevo fare  meglio”. Pretende da se stesso “solo” la perfezione.

  • Percezione negativa del mondo

Il depresso è eterocommiserativo, cinico, non ha fiducia negli altri. Ritiene che nessuno può amarlo davvero e se qualcuno mostra affetto per lui è solo per secondi fini. Non riesce a cogliere aspetti amichevoli nel comportamento altrui, nota solo gli atteggiamenti che, secondo la sua opinione, sono segno di disapprovazione.

  • Percezione negativa del futuro

Il futuro offre solo prove e situazioni che lui non riuscirà mai a fronteggiare. La sua condizione da depresso rimarrà per sempre tale e nessuno sforzo servirà davvero. Non esistono aspettative nel futuro del depresso.

Il pensiero depressivo è pieno di pensieri automatici ricorrenti , che sono considerazioni che il paziente fa in maniera rapida e inconsapevole quando si trova dinanzi a situazioni a cui deve rispondere.
Questi pensieri possono essere:

  • Devorizzazioni ( per es. devo essere perfetto, devo essere all’altezza della situazione);
  • Catastrofizzazioni, ossia gli eventi vengono considerati in maniera estrema sovrastimando gli aspetti negativi e annullando gli aspetti positivi;
  • Ipergeneralizzazioni, il verificarsi di eventi negativi viene trasformato come qualcosa che si verifica sempre;
  • Lettura di pensiero, il depresso è convinto che  gli altri pensino di lui cose negative senza che essi le abbiano mai dichiarate;
  • Personalizzazione, è una sorta di egocentrismo con cui con ogni avvenimento dell’ambiente circostante viene ricondotto a se stessi.

Ciò che possiamo  fare per  aiutare un paziente depresso è dimostrare l’infondatezza di questo  tipo pensiero.
Per arrivare a ciò è necessario, innanzitutto, sviluppare una sana relazione terapeutica in cui vi sia accettazione, rispetto e  comprensione empatica  del paziente, della sua storia e dei suoi problemi.
In questa fase è utile educare il paziente alla depressione, possiamo spiegargli che cosa è , che la visione negativa che ha di se stesso  e del mondo non è realistica ma è conseguenza del momento depressivo che sta attraversando e che gli episodi depressivi migliorano e poi finiscono.
Poi, si potrà iniziare un’accurata analisi funzionale dei pensieri automatici che vengono messi in atto in diverse situazioni di vita del paziente. Si parte da un evento, si fanno esplicitare  tutti i pensieri che al paziente vengono in mente circa quella situazione e si collegano le emozioni ( si può utilizzare la scheda ABC).
In questo modo il paziente diventa più consapevole dei suoi pensieri automatici e irrazionali e lo psicologo avrà la possibilità di lavorare direttamente su essi attraverso domande che mirano a dimostrarne l’incongruenza e l’esistenza di altri modi di percepire la realtà.
Parallelamente a questo lavoro si può spingere il paziente a ridurre le sue ore passate in sedentarietà aumentando i contatti sociali, uscendo con amici, impegnandosi in nuove attività.
Se il paziente è resistente a ciò gli si può spiegare che sperimentarsi nei rapporti d’amicizia e in nuove situazioni è utile per continuare a lavorare sui pensieri automatici così come viene fatto in seduta.
Per questo possiamo chiedergli di tenere un diario su cui appuntare tutti i suoi pensieri ed emozioni sorti in contesti critici eppoi discuterne insieme.
Nei primi periodi può essere utile utilizzare un’agenda su cui scrivere tutti i compiti da svolgere nella giornata.
Si parte sempre da pochi e semplici compiti, in modo che il paziente non senta immediatamente il senso dell’inadeguatezza e della sconfitta.
Successivamente si potrà passare a compiti più complessi e in questo caso si attuerà una discussione razionale che ha lo scopo di preparare il paziente ad affrontare difficoltà, imprevisti o, eventualmente, sconfitte. Gli si può chiedere quali sono le sue previsioni sul compito da svolgere, se si tratta di previsioni realistiche o idealistiche. Cosa potrebbe pensare se il risultato non sarà quello aspettato. Si può chiedergli di fare una lista di tutte le problematiche a cui potrebbe andare incontro e una lista di tutte le soluzioni possibili e si possono individuare le soluzioni che appaiono più idonee.

Queste sono strategie che migliorano il senso di autoefficacia del paziente: con il tempo imparerà a concedersi dei riconoscimenti e dei meriti, imparerà a stimare in modo più reale successi e fallimenti, riconoscerà le sue abilità e i suoi limiti e migliorerà le sue capacità di coping .
L’aumento di autoefficacia comporta un aumento del livello di autostima: Il paziente si sentirà più fiducioso in se stesso, si accorgerà che non è l’artefice solo dei suoi insuccessi ma anche dei suoi successi. Sentirà che “non essere perfetto” fa parte della condizione umana e che si può essere ugualmente meritevoli d’amore.

Per prevenire le ricadute si possono consigliare incontri di follow-up con cadenza dapprima mensile eppoi sempre meno frequenti, lo svolgimento di una regolare attività fisica che tende a mantenere alto il tono dell’umore, letture di auto-aiuto sull’argomento.

 

Autore: M. Rosaria Fasciani

Bibliografia:

Trattamento cognitivo-comportamentale della depressione. (Klosko, Sanderson) Ed. Mc Graw Hill
Psicoterapie integrate. (Giusti, Montanaro, Iannazzo)  Ed. Masson
Terapia cognitiva della depressione.(Beck) Ed. Boringhieri
Sito: http://www.who.int/mental_health/en/

2月28日

Un tuono gentile

Fin dove vuoi che Dio si spinga per ottenere la tua attenzione? Non aver fretta di rispondere. Prima rifletti bene. Che cosa ne diresti se: * ti trasferisse in un’altra nazione, come fece con Abramo? * ti dicesse di rimetterti al lavoro una volta raggiunta l’agognata pensione, come fece con Mosé? E che dire della voce di un angelo o del ventre di un pesce, come Gedeone e Giona? E che ne dici di una promozione come quella di Daniele o di una retrocessione come quella di Sansone? Dio fa ciò che serve per ottenere la nostra attenzione. È il messaggio della Bibbia. È il messaggio di questo libro: l’inesorabile inseguimento di Dio. Dio a caccia. Dio alla ricerca. Smuove i cespugli per scovare la pecora smarrita. Cerca, lotta, ci riporta a sé, in continuazione. Delicato e rigido. Tenero e duro. Fedelmente fermo. Pazientemente insistente. Impazientemente tollerante. Dolcemente inflessibile. Gentilmente tuonante. Dio è il pilota e noi siamo i passeggeri. Anche se non comprendiamo la sua mano possiamo sempre confidare nel suo cuore. Possiamo avere piena fiducia che farà ciò che è giusto. Se hai bisogno di qualcosa che ti ricordi il suo amore, di essere rassicurato, di un esempio della sua benevolenza, hai tra le mani il libro giusto.

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1月20日

"Flautulenze a bordo": atterraggio d'emergenza

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Atterraggio d'emergenza per flatulenza a bordo. E' successo negli Stati Uniti, dove un aereo dell'American Airlines è stato fatto atterrare all'improvviso, ieri, dopo che una passeggera aveva acceso un fiammifero per "nascondere" l'odore di una flatulenza.

Il volo in rotta verso Dallas è stato dirottato a Nashville, in Tennessee, in pieno allarme: diversi passeggeri hanno avvertito, preoccupati, gli assistenti di volo di sentire a bordo un forte odore di zolfo, dal cerino bruciato. Tutti i 99 passeggeri a bordo e i membri dell'equipaggio sono stati fatti scendere dall'aereo, i bagagli scaricati ed ispezionati. Poi gli interrogatori degli agenti dell'Fbi e l'inattesa confessione. Una passeggera ha ammesso di essere stata lei ad accendere il fiammifero, nel tentativo di camuffare il cattivo odore. La donna, ha riferito una portavoce dell'aeroporto internazionale di Nashville, ha detto di avere una malattia che le provoca gli spiacevoli sintomi, senza specificare quale. Il volo è ripartito senza incidenti, ma la donna non è stata fatta risalire a bordo. Contro di lei, però, nessuna accusa.

(FONTE: Repubblica, 2006)

1月19日

Perdonare fa bene alla salute, ma soltanto se si è sinceri

La vendetta potrà anche essere dolce, ma il perdono alla lunga è molto meglio. Se ne sta accorgendo anche la scienza, che dedica sempre più studi ai benefici psicologici e fisici che si innescano quando si smette di provare risentimento, rancore, rabbia, sostituendoli invece con sentimenti positivi.

Perdonare, arrivando ad augurarsi il bene di chi ci ha fatto soffrire, si traduce in un calo della pressione, minori sintomi depressivi e un senso di benessere generale. Un balsamo non solo per l'anima, quindi, ma anche per il corpo. Ne è convinto uno dei guru della nuova "scienza del perdono", lo psicologo Robert D. Enright dell'Università del Wisconsin, ma la tendenza è in atto già da una decina d'anni, durante i quali - riferisce il Los Angeles Times - i ricercatori hanno ammassato una discreta mole di dati sugli effetti terapeutici di quella che finora è stata considerata più che altro come una virtù insegnata dalla religione o tutt'al più un arte per pochi eletti.

Per chi ha subito uno sgarro o un vero e proprio trauma - compresi casi estremi come la violenza fisica, l'assassinio di un familiare, le mutilazioni dei conflitti etnici - pensare di andare oltre, superare il dolore augurandosi la felicità del proprio aguzzino, può suonare improbabile o essere vissuto come una provocazione. Eppure, sostengono gli scienziati, è questa la chiave per diminuire il rischio di sviluppare malattie cardiache e disturbi mentali scatenati dal ricordo ossessivo di cosa ci ha fatto male.

Proprio come correre o giocare a tennis, il perdono è qualcosa che si può imparare allenandosi: ci sono corsi specifici, in cui si comincia a stare meglio anche dopo poche sedute. Pioniera in questo campo è stata l'équipe dello psicologo Loren Toussaint della Luther University di Decorah, in Iowa, che per prima ha stabilito un nesso fra la salute e la propensione al perdono. Uno loro studio nazionale, pubblicato nel 2001 sul Journal of Adult Development, mostrava che solo il 52 per cento degli americani dicevano di essere riusciti a perdonare chi aveva fatto loro del male. Ma fra questi, quelli che avevano 45 anni o più, godevano di miglior salute rispetto agli altri che non erano riusciti a perdonare.


Gli scatti d'ira aumentano il rischio di aritmie, attacchi cardiaci e causano un aumento della pressione sanguigna, spiega al Los Angeles Times il dottor Douglas Russell, cardiologo, che in uno studio del 2003 ha documentato come dopo sole 10 ore di "corso di perdono" le funzionalità coronariche dei pazienti già migliorassero.

"Il rancore, la ruminazione mentale è uno degli aspetti chiave in questo tipo di disturbi" chiarisce Stefano Pallanti, neuropsichiatria e direttore dell'Istituto di neuroscienze dell'Università di Firenze. "Ora ci si sta occupando sempre di più di questo aspetto. L'obiettivo è rompere questo meccanismo, spesso autodistruttivo, sia intervenendo con un approccio psicologico che farmacologico". Si può quindi imparare a guarire; l'importante è "partire dalla consapevolezza che c'è un problema di fondo e affrontarlo. Altrimenti, l'allenamento in sé vale poco" conclude Pallanti.

Il campo è in evoluzione ed ha suscitato molto entusiasmo; eppure l'insistenza sul superamento felice del trauma ad ogni costo non convince tutti. A volte, come nel caso delle vittime dell'incesto, parlare di perdono può essere troppo, sostiene Linda Davis, a capo della associazione Survivors of Incest Anonymous: "arrivare ad una forma di accettazione è già abbastanza. Il perdono è un di più, non è necessario raggiungerlo". Non solo. Qualcuno fa anche notare che se il perdono arriva troppo facilmente, potrebbe nascondere ben altro, come un senso di colpa che porta la vittima ad assolvere gli altri prendendo su di sé la responsabilità di una violenza: atteggiamento tutt'altro che terapeutico.

In uno studio su pazienti che hanno contratto l'Hiv Lydia Temoshok, dell'Istituto di virologia umana dell'Università del Maryland, ha identificato in modo specifico questa tipologia di pazienti, che ha classificato come "C". Se il tipo "A" è arrabbiato e può andare incontro a problemi cardiaci a causa della propria ira e il tipo "B", invece, riesce ad avere uno stato di salute migliore degli altri perché affronta la malattia nel modo giusto, il tipo "C" nega i problemi e sopprime i propri reali sentimenti: proprio quest'ultima categoria va incontro ad una maggiore possibilità di sviluppare l'Aids e il melanoma per lo stress eccessivo in cui vive e cui sottopone il proprio sistema immunitario.

Fonte: http://www.repubblica.it  

 

In quest'articolo si parla di corsi per il perdono a cui sinceramente credo poco per ciò che riguarda l'utilità. Più che altro volevo focalizzare l'attenzione sulla questione del perdono e di come esso ci faccia bene al contrario invece se non perdoniamo. Del resto Cristo ci ha COMANDATO di perdonare...forse Lui ne sa più di noi? A voi la risposta :)

1月14日

Cime tempestose

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"Da quel giorno nacque il rapporto che li avrebbe legati per la vita...
un legame di anime...
anime che si riconoscono e sanno già di appartenersi...
per sempre..."
 
 
Queste parole sono di un'intensità unica...esprimono il vero senso dell'appartenenza a qualcuno...
Consiglio vivamente a chi non l'avesse ancora letto "Cime tempestose" di Emily Bronte, un libro che è una continua scoperta...o almeno guardate il film...
Unica postilla: se non si sa cosa significa un legame di anime e non si vuole aprire la mente a questa visione, è inutile leggere il libro o tentare di capire...è come voler guardare il colore del cielo vedendo solo nuvole...
 
A presto miei cari :) e...buona lettura a tutti!!!!
 
 
 
12月26日

La volpe e l'amicizia

In quel momento apparve la volpe. "Buon giorno", rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno.
" Sono qui! " disse la voce, "sotto al melo...".
"Chi sei?" domandò il piccolo principe, "sei molto carino...".
"Sono la volpe" disse la volpe. "Vieni a giocare con me!"
le propose il piccolo principe, "sono così triste...".
"Non posso giocare con te" disse la volpe,"non sono addomesticata".
"Ah! Scusa" fece il piccolo principe.
Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:
"Che cosa vuol dire 'addomesticare'?".
"Non sei di queste parti, tu" disse la volpe, "che cosa cerchi?".
"Cerco gli uomini" disse il piccolo principe. "Gli uomini" disse la volpe,
"hanno dei fucili e cacciano. E' molto noioso! Allevano anche le galline.
E' il loro solo interesse. Tu cerchi le galline?".
"No", disse il piccolo principe.
"Cerco degli amici. Che cosa vuol dire "addomesticare?'".
"E' una cosa da molto dimenticata. Vuol dire "creare dei legami"...".
"Creare dei legami?". "Certo", disse la volpe. "Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te e neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro.
Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo".
"Comincio a capire", disse il piccolo principe (...).
"La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita sarà come illuminata.
Conoscerò un rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri.
Gli altri passi mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana come una musica. E poi, guarda! Vedi laggiù, in fondo, dei campi di grano?
Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro.
Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticata.
Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te.
E amerò il rumore del vento nel grano...".
La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:
"Per favore... addomesticami", disse.
"Volentieri", rispose il piccolo principe, "ma non ho molto tempo, però.
Ho da scoprire degli amici, e da conoscere molte cose".
"Non si conoscono che le cose che si addomesticano", disse la volpe.
"Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla.
Comprano dai mercanti le cose già fatte.
Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici.
Se tu vuoi un amico, addomesticami!".
"Che bisogna fare?" domandò il piccolo principe.
"Bisogna essere molto pazienti", rispose la volpe.
"In principio tu ti siederai un po' lontano da me, così, nell'erba.
Io ti guarderò con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla.
Le parole sono una fonte di malintesi.
Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' più vicino...".
Il piccolo principe ritornò l'indomani.
"Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora", disse la volpe.
"Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell'ora aumenterà la mia felicità.
Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi;
scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando,
io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore...
...Ci vogliono i riti".
"Che cos'è un rito?" disse il piccolo principe.
"Anche questa è una cosa da tempo dimenticata", disse la volpe.
"E' quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un'ora dalle altre ore.
C'è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori.
Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio.
Allora il giovedì è un giorno meraviglioso!
Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero un giorno qualsiasi,
i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza...".
Così il piccolo principe addomesticò la volpe. E quando l'ora della partenza fu vicina: "Ah!"disse la volpe,"piangerò".
"La colpa è tua", disse il piccolo principe. "Io non ti volevo fare del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi...".
"E' vero" disse la volpe.
"Ma piangerai" disse il piccolo principe.
"E' certo" disse la volpe.
"Ma allora che ci guadagni?"
"Ci guadagno" disse la volpe, "il colore del grano". Poi soggiunse: "Va' a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto".
Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose. "Voi non siete per niente simili alla mia rosa, voi non siete ancora niente", disse. "Nessuno vi ha addomesticato, e voi non avete addomesticato nessuno. Voi siete come era la mia volpe. Non era che una volpe uguale a centomila altre. Ma ne ho fatto il mio amico ed ora è per me unica al mondo". E le rose erano a disagio. "Voi siete belle, ma siete vuote", disse ancora. "Non si può morire per voi. Certamente, un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei sola è più importante di tutte voi, perché è lei che io ho annaffiato, perché è lei che ho riparato col paravento, perché su di lei ho ucciso i bruchi, perché è lei che ho ascoltato lamentarsi o vantarsi, o anche qualche volta tacere, perché è la mia rosa".
E ritornò dalla volpe.
"Addio", disse.
"Addio", disse la volpe. "Ecco il mio segreto. E' molto semplice: si vede bene solo col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi".
 
(Antoine de Saint Exupéry - Il piccolo principe)
12月13日

Ecco perché alcuni ricordano più di altri

STOCCOLMA - Una buona memoria dipende dalla capacità di filtrare le informazioni e non solo da quanto si è capaci di immagazzinare. Un gruppo di scienzati svedesi avrebbe individuato una zona del cervello, denominata il "filtro delle cose irrilevanti", in grado di selezionare i ricordi e memorizzare le cose maggiormente importanti. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience, potrebbe spiegare il motivo per cui alcune persone sono in grado di ricordare meglio rispetto ad altre.

L'abilità di trattenere le informazioni all'interno della mente è noto come il lavoro della memoria. La usiamo sempre, ad esempio quando svolgiamo una semplice operazione matematica o ricordiamo un numero di telefono. La sua attività è fondamentale perché offre una base di appoggio su cui possiamo conservare i dati anche quando essa è occupata mentalmente in altre mansioni rilevanti. La sua capacità è limitata e sembra variare da persona a persona. Queste variazioni non sono proprio dovute al cervello ma anche alle differenze nelle quali sono escluse dalla memoria gli argomenti non importanti, come credono le ricerche dell'Institute Karolinska.

Le distrazioni. Il Dr Torkel Kligberg e la collega Fiona McNab hanno sottoposto ad una speciale risonanza magnetica (Functional magnetic resonance imaging, Fmri) per tracciare quel che stava accadendo nei cervelli di 25 volontari sani; è stato rilevato che quelli con la memoria migliore avevano tutti un'attività più intensa nei gangli basali, i centri del cervello preposti al controllo della motilità involontaria. I soggetti hanno effettuato delle operazioni base al computer che richiedevano loro di memorizzare delle immagini, a volte con l'avvertenza che sarebbero state affiancate ad altre "distraenti". La risonanza ha evidenziato che quando arrivava il segnale dell'arrivo delle immagini "distraenti", l'attività neurologica nei gangli basali e nella corteccia prefrontale aumentava, segno che il cervello si preparava in questo modo a filtrare le informazioni superflue. Per questo i gangli basali e il loro "filtro" potrebbero diventare la chiave per curare problemi neurologici che causano mancanza di attenzione e di memoria.
 
 
 
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12月5日

...

Amo come l'amore ama.
 
Non conosco altra ragione di amarti che amarti.
 
Cosa vuoi che ti dica oltre a dirti che ti amo, se ciò che voglio dirti è proprio che ti amo?
 
 
Fernando Antonio Nogueira Pessoa
(scrittore portoghese 1888-1935)
11月29日

Empatici senza ricordi

Comprendere gli stati d’animo e i sentimenti delle persone che ci stanno di fronte è una ben determinata facoltà della mente umana, a cui gli psicologi danno il nome di “teoria della mente”.

Ma in che modo è collegata ad altre nostre facoltà intellettive ed emotive?

È difficile dare una risposta esauriente, ma una ricerca svoltasi presso la York University  di Toronto, in Canada, e pubblicata sulla rivista “Science” è riuscita a fornire una precisa indicazione sui suoi rapporti con i ricordi delle esperienze passate di un individuo, cioè con al cosiddetta memoria episodica. In breve, secondo questa ricerca, la teoria della mente non sembra essere appresa dall’esperienza passata, come prova il fatto che le persone che hanno subito gravi lesioni cerebrali, e sono perciò prive di memoria autobiografica, sembrano in grado ugualmente di figurarsi pensieri e intenzioni di altri individui.

In particolare, sono stati confrontati i risultati di alcuni test in grado di valutare la teoria della mente in due soggetti che in seguito a un grave incidente non conservano ricordi della propria vita passata con quelli di altri 14 volontari senza deficit cognitivi rilevabili, che costituivano il gruppo di controllo.

Dall’analisi dei risultati non sono emerse differenze degne di nota. “Ci possono essere sicuramente conseguenze sociali dovute a un deficit della memoria autobiografica, ma non tutto è perduto”, ha spiegato Shayna  Rosenbaum, che ha guidato la ricerca. “Il soggetto può ancora ‘sintonizzarsi’ con i sentimenti e le intenzioni che possono aiutare a sostenere relazioni sociali, specialmente con le persone più vicine. È incoraggiante sapere che questa facoltà può essere preservata o recuperata più facilmente di quanto ritenuto finora”.

Fonte: http://lescienze.espresso.repubblica.it 

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11月21日

Le relazioni sociali migliorano le performance intellettive

Uscire o chiacchierare con gli amici, intrattenere rapporti amichevoli con i vicini e con i colleghi, avrebbe lo stesso effetto degli esercizi quotidiani di memoria per tenere allenato il cervello... Ed è anche molto più piacevole. Uno studio statunitense dello University of Michigan Istitute for Social Research avrebbe infatti mostrato che intrattenere relazioni sociale contribuirebbe a migliorare le abilità cognitive.

Che la conoscenza sia una costruzione sociale è patrimonio della pedagogia da diverso tempo, così come anche è noto il fatto che le relazioni personali contribuiscono alla crescita e al patrimonio emotivo e intellettuale di ognuno. È interessante però osservare che questo può essere sperimentato, come hanno fatto i ricercatori statunitensi nel loro studio.

Sono stati analizzati i dati di 3610 persone tra i 24 e i 96 anni. Quello che è emerso è stato che più alto era il grado di relazioni sociali, migliori erano le funzioni cognitive. 
In un secondo esperimento sono stati invece coinvolti 76 studenti universitari tra i 18 e i 21 anni, i quali sono stati divisi in tre gruppi. Prima di eseguire un test con domande di memoria e di ragionamento, i membri del primo gruppo hanno condotto una discussione, quelli del secondo hanno fatto dei cruciverba e quelli del terzo hanno visto un breve telefilm.

I ricercatori hanno riscontrato che le performance dei membri del primo e secondo gruppo oltre ad essere migliori rispetto a quelle del terzo, erano di qualità simili tra loro. Come se chiacchierare ed esercitarsi tenesse allenata la mente più o meno allo stesso modo. Anche se questo non vuol dire che si può evitare di studiare, di leggere o di esercitarsi in altrettante attività intellettuali, può significare che uscire con gli amici, chiacchierarci e passare del tempo in loro compagnia comporta anche altri benefici oltre al buon umore.

Fonte: Predit R. Talking with others may make you smarter. HealthDay 18 Novembre 2007.

http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=20581 

 

CERTO...INTERESSANTE QUESTO STUDIO NO? ALLORA DIAMOCI DA FARE E INSTAURIAMO RELAZIONI!!!!!:)